Le Esplorazioni Artistiche di Claudia Haberkern
Di origini Germaniche ha lavorato in Francia, Svizzera, Inghilterra e in Italia dove vive e lavora come scultrice in provincia di Vercelli.
Si conclude la sua esplorazione artistica, svolta nei pressi del Rifugio Rossi Sulle Alpi Apuane.
Un ciclo di otto “poesie” qui presentate attraverso il diario fatto di parole e immagini
Il Diario di Claudia Haberkern
3. luglio 2008
Durante il weekend del 28./29. giugno ho passato due giorni al rifugio Rossi per un sopraluogo. L’intenzione era quella di capire o percepire Quali Margini questo paesaggio mi suggeriva di esplorare.
“QUALI MARGINI?” – istantaneamente, senza conoscere il posto, avevo avvertito una risposta dentro me stessa, quando in settembre o ottobre del 2007 fu invitata alla manifestazione. Avevo appena finito di leggere la nuova pubblicazione di Peter Sloterdijk, “Der ästhetische Imperativ” (purtroppo non ancora tradotto in italiano), che chiude con una serie di osservazioni e domande riguarda la funzione dell’arte nella società, della quale facciamo parte. I “margini”, per me, nel primo impatto e sotto la luce sloterdijkiana, erano collegati a dichiarazioni come la seguente:
<<Da tempo, le arti si sono trasformati, loro stessi, in mete (…), prendendo la strada del rendimento massimo, dell’investimento, della grandiosità – e anche dell’impotente buona volontà.
L’arte è grande.
Gli artisti sono bravi della loro bravura.
La freccia fa sempre centro.
Ma è decisivo diventare consapevoli che facendo centro, ci si perde tutto il resto. >>
Identificavo buona parte di quel “tutto il resto” con “I Margini”.
Per iniziare, lasciavamo le nostre macchine al Piglionico, a 1 ora e mezza di camminata dal rifugio. Mentre seguivo il passo di Fabrizio, che stava trasportando sulle sue spalle un fascio di legnetti che gli servivano per cominciare una delle sue colonizzazioni, il mio stato d’animo attraversava diversi fasi, per i quali il paesaggio serve efficacemente da metafora.: dalla speranzosa panoramica in alcuni punti (benché ancora poco chiara per la foschia), ai desertici, spaventosi ravaneti in altri; dalle rocce morbide, modellate dall’acqua e il tempo, a quelle scheggiate recentemente, spigolosi ed aggressivi; dalla frescura del bosco, alla pietra nuda e dura “che ti lascia allo scoperto” (Keane).
Ma a ben guardare, la pietra non è ne nuda ne dura nel senso di impermeabilità o refrattarietà: le muse stimolatrici di Fabrizio, attualmente, sono le lichene, che parzialmente li rivestono (o colonizzano), - come per rappresentare un crepuscolo tra la vita inorganica e quella organica.
Inoltre, e questa caratteristica mi ha sempre attratto – è piena di buchi, di crepe e rotture, che la rendono penetrabile; accessibile dall’aria, dall’acqua, dalla luce, dal rumore, dallo sguardo – almeno fino a un certo punto.
Suggeriscono la comunicazione con l’interno della roccia.
Camminando sempre su, con lo zaino sulle spalle e gli occhi fissi per terra per la paura di inciampare o scivolare, mi rendo conto d’un tratto che da qualche parte dentro il mio corpo, si deve aver svegliato un vecchio Nibelungo, consapevole delle ricchezze sconfinate che possono giacere sotto la superficie.
Quando a fine giornata, prima di sparire, il sole si adagia tra le due vette di fronte al rifugio (come dentro la bocca della terra stessa), era chiaro che qui — non era tramontato semplicemente il sole.
Quali Margini????
Non posso dire molto altro. Spero di essere in grado di corrispondere ad una forte sensazione che andando su in Pania non lasciava più dubbi: il mio lavoro avrebbe dovuto occuparsi di quella zona limitrofa che separa - o collega -
il fuori con il dentro;
una coppia di contrari con delle implicazioni da far venire le vertigini. Sono curiosa del lavoro che m’aspetta.
…
Domenica, 4. agosto 2008
Forse non c’entra con l’installazione.
Ma probabilmente sì.
Sono andata a vedere l’alba dalla vetta, stamattina. Partivo che era ancora buio e visto che non avevo pensato di portare la torcia, distinguo i segnetti bianco-rosso che indicano il sentiero solo quando stavo davanti, non prima.
mi sembra un problema minore, perché ero stata in vetta in giugno, il pomeriggio della domenica, e l’ascesa era stata facile.
Oggi, quando inizia leggermente ad albeggiare, smarrisco il sentiero.
Presto ho difficoltà di orientarmi.
In poco tempo tornare indietro è altrettanto difficoltoso che avanzare.
Attraverso sassaie inverosimili.
Una volta, un sasso di una certa dimensione precipita non lontano da me all’ingiù.
Non riesco a definire, dove è la croce della vetta – dev’essere proprio sopra la mia testa.
Non posso scegliere, dove andare:
vado dove posso.
Finisco in cima ad una cresta, che potrebbe essere ad est della croce.
Ma non lo so.
La mia gamba sinistra penzola verso la Versilia, quella destra verso la Garfagnana.
Ora, scrivendo, mi fa ridere – sono cose da fumetto….
Ma forse non ho mai prima avuto tanto paura.
Vado avanti a zamponi, con il peso della paura sulla pancia.
Tutta la parte anteriore del mio corpo si appesantisce, tanto:
così, si tiene incollato sulla roccia, mentre si muove.
Quando, dopo molto tempo (ma in realtà albeggia ancora), vedo davanti a me, sopra, ma raggiungibile, la croce, piangerei dal sollievo. Ma sono spaventata ad un punto che il pianto mi si blocca in gola.
Ci sono 5 o 6 persone in cima. Scattano delle foto.
Dietro di noi, in Versilia, è notte.
Davanti a noi sorge il sole.
…
Venerdì, 25 luglio 2008
Arrivo al rifugio insieme a Fabrizio e Stefano. Per 2 giorni non faccio altro che lunghe passeggiate nei dintorni e delle sedute che possono durare delle ore – intro- ed estrospettive – sulle rocce della Vetricia. Credo di entrare in una bella sintonia con il paesaggio.
....................................durante il lavoro......................................
Domenica, 27. luglio 08
Giorno I
In mattinata discesa al Piglionico, dove è parcheggiata la macchina. porto a casa Fabrizio, che era venuto senza. In seguito ri-salita con lo zaino degli attrezzi. Munita di pinza e martello mi avvicino alla grottaiola che chiamano “buca del formaggio”, usato fino al ’96 o ’97 da un pastore per stagionare dei formaggi. Prima di andare in pensione, chiuse bene la porticina in legno, legandola strettissimamente alla sua cornice con del grosso fil di ferro, che ormai si era saldato insieme con la propria ruggine.
Riesco ad entrare. È più grande di quanto si potesse immaginare da fuori, lungo circa 5 metri, larga tra 2 e 4. In fondo fa una specie di transetto per formare come una croce egiziana. Il braccio sinistro finisce dopo 1 metro e mezzo.. Il braccio destro fa subito una curva che svolta a sinistra, dove continua a svilupparsi all’ingiù, in un corridoio molto stretto (dimensione cane medio). Non c’è una corrente d’aria.
Sono entusiasta di trovare gocciolii d’acqua in vari punti. Forse si potrebbero usare per creare una qualche forma di musica: gocciolando su metallo – o in recipienti con diversi quantità d’acqua… ho sempre associato l’interno della roccia con la musica – con il suona della lira di Orfeo, o con il canto di Calypso, ad esempio.
Inizio a sgomberare rifiuti di vari tipi – bottiglie in tutti i materiali disponibili, piatti rotti, buste di plastica, involucri di merendine, grandi quantità di telo di nylon e altro.
L’impressione generale, purtroppo, resta caotica: il suolo è un’unica frana. In mezzo dello spazio campeggia, sdraiato diagonalmente, un enorme trave, cascato da chi sa dove, e bloccato da alcuni sassi dal peso non abbordabili.
Tramonto molto intenso.
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Sul sentiero tra la località Piglionico e il rifugio Rossi, ho visto un cartellone didascalico, dal quale è tratto la seguente frase:
(…) QUESTO PROCESSO HA PERMESSO DI PORTARE ALLA LUCE IL COMPLESSO METAMORFICO APUANO COSTITUITO DA DUE UNITA’ PRINCIPALI, DETTE UNITA’ DELLE ALPI APUANI O “AUTOCTONE” E UNITA’ DI MASSA, ANDANDO A REALIZZARE UN ESEMPIO DI “FINESTRA TETTONICA”, CIOE’ UN’ APERTURA SULLE ROCCE PIU’ ANTICHE E PROFONDE DELLA CROSTA TERRESTRE. (…)
Lunedì, 28. luglio ‘08
Giorno II
Imitando il modo, in cui sono stati fatti i sentieri in montagna, mi metto a fissare picchetti e assi di legno, per fermare il suolo franoso nella piccola discesa verso “l’anticamera” della grotta. Uso del materiale trovato in giro – legni cascati dai parapetti che in alcuni punti, molti anni fa, erano stati installati, ma che, senza la manutenzione necessaria, stanno marcendo ormai in gran parte nei prati. Quando dopo alcune ore l’ingresso è diventato agibile, sono davvero fiera di me stessa.
Come anche ieri, breve, ma intenso temporale, durante il quale trovo rifugio sotto la roccia che alle mie spalle si trasforma nel soffitto della grotta.
Sarebbe ora, che una forma concreta si affacci alla mia mente!!
Cerco di fare più ordine all’interno della grotta, spostando con delle palanche dei grossi sassi che bloccano il trave. Mi pare che una volta tolto questa diagonale stonante, tutto sarà meglio. Ma dopo ore di duro lavoro, riesco solo a liberare il trave che scivola istantaneamente mezzo metro in giù per bloccarsi di nuovo.
Momenti di grande intensità durante l’ora del tramonto.
Trovo sassi interessanti, dall’aspetto di libri.
Durante il weekend avevo avuto occasione di osservare che la vetta più vicina, la Pania della Croce, è molto amata dalla gente per andarci a vedere l’alba e lo spuntare del sole. Alcuni ci dormono. Altri partono di notte, per essere puntualmente in cima.
Il sorgere del sole affascina le persone certamente anche per la sua carica di significato – talmente potente che non per forza dev’essere capito coscientemente, anzi.
La sera imparo a farmi la doccia con un sacco di plastica che contiene non più di 15/20 litri d’acqua. Bellissimo!
Martedì, 29. luglio ‘08
Giorno III
Ho pensato che il mio lavoro potrebbe essere intitolato “le narici della Pania” oppure “narici dell’ omo morto”, visto che ci troviamo proprio sotto il cucuzzolo che chiamano il naso del uomo morto. Quella del respiro si avvicina molto alla sensazione di comunicazione tra dentro e fuori, che queste rocce mi trasmettono.
nessuna forma concreta nella mia mente.
Fisso in un terrazzino di terra il lato destro dell’anticamera, che sta franando, lasciando libere radici di erbe, mirtilli e fiori.
Tutto il pomeriggio dedicato a sperimenti con la paglia, per creare/modellare una entrata nella grotta. Risultato miserabile. Grande frustrazione. Mi sento completamente bloccata.
Lunga passeggiata. Trovo un sasso con pesci fossilizzati! Stranamente questo mi rappacifica. Come già ieri, nuovamente incontro il branco dei 13 mufloni maschi, mentre ritorno al rifugio.
tramonto. Armonia indescrivibile. – armonia, ma mi scuote completamente. (trasportare un solo briciolo di questa bellezza nel lavoro che sto facendo —)
Torno tarde. Nike ha fatto 3 chili di squisita marmellata di mirtilli. Ha impiegato la giornata intera per la sua impresa.
Domani mattina andrò a vedere l’alba dalla vetta.
Mercoledì, 30. luglio
Giorno IV
Non dormo quasi.
Con me nel dormitorio, stanotte, c’erano due altre persone. Forse padre e figlia, forse semplicemente amici. Comunque, la ragazza era di un’ inquietudine insuperabile. Tra deambulazioni vari a tutte le ore, suonavano anche dei cellulari (due suonerie diverse). Snervatissima, sono felice di sentirli partire presto. Non guardo l’ora, ma vanno sicuramente in vetta per aspettare l’alba. Io dormo finalmente.
Mi sveglio con grande ansia verso l’ora consueta da quando sono qui, verso le 6.30.
Questo è il giorno centrale del mio lavoro in Pania (Sabato sarà l’ultimo giorno).
Ma un progetto concreto da seguire non si delinea.
Lunghissime sedute sulle rocce della Vetricia per tentare a ritrovare la calma. Ma il lavoro che avevo sentito intensamente prima – quel stimolantissimo Dentro-Fuori, Luce-Buio, Veglia-Sonno, non mi stimola più. Non ho nulla da dire e non sento niente. È stato tutto solo una sega mentale???
Odio la puzza di marcio della grotta. La sua scivolosità. Quel umido schifoso. Mi sento intrisa di quella stessa umidità e ho paura di puzzare anch’io.
Ovviamente Rilke non aveva avuto in mente questo tipo di immagine, quando trovò il meraviglioso termine di “Weltinnenraum” (spazio interiore del mondo).
Vorrei trovare una forma per rappresentare il sole tramontato – ritiratosi sotto terra – quella formidabile metafora degli antichi per descrivere il periodo precedente una rinascita.
Ma non scatta l’idea giusta – ne per la forma, ne per il materiale, ne per il modo di collocare e fissare il lavoro all’interno.
Mi dico che, se continuo ad esserne ossessionata, vuol dire che troverò anche il modo di realizzare.
Nel frattempo però, sarà indispensabile fabbricare una specie di balaustra alla bocca della grotta, per evitare che chi la visita si faccia del male. Ci vuole un trave di 3,10 m.
Scoraggiamento anticipato: non ho le capacità tecniche per una tale impresa. Anche se trovassi un trave abbastanza lungo, non riuscirò a fissarlo bene.
Invece, è davvero incredibile: trovo senza cercare a lungo un trave sconnesso e giacente nel prato vicino al bosco, che misura proprio 3,10m (!). Riesco a bloccarlo e faccio una balaustra funzionalissima che non si muove. Che orgoglio!
Idea per una installazione sul prato che si trova sul sentiero tra il bosco e la grottaiola. Se Nike avesse un giorno di tempo per aiutarmi… ! – altrimenti è impossibile. Si tratta di realizzare due forme semplici ma grandi, che necessitano tempo e forza fisica.
Per cominciare è invece Nike che chiede me, ad aiutarlo: deve scendere a valle, e Antonello, sceso già lunedì, ha un imprevisto che non gli permette di ritornare prima di sera. – divento quindi oste per mezza giornata e, la sera, cucino per 8 persone. Mi diverto. Forse un po’ di stacco faceva bene.
Giovedì, 31. luglio ‘08
Giorno V
L’attitudine di ascolto – il camminare attento e silenzioso – sono spariti. Invece distrazione. Sono dis-graziata nel vero senso della parola.
Strana tristezza.
Cerco a incanalare i pensieri che si rincorrono nervosamente, chiedendomi quali materiali ho a disposizione. Forse, se me ne circondo di grandi quantità, le mie mani sapranno la forma che cerco?
==> paglia,
==> fogliame,
==> rami secchi,
==> sassi di vari colori e misure.
Con dei rami curvi, spesso a forma di semicerchio (sono molto caratteristici in Pania), faccio una ossatura per un portico di forma ogivale, quasi a mandorla. Rivesto gli assi della porticina del pastore di paglia. Risulta un aspetto folcloristico che avrei voluto evitare.
L’anticamera si trasforma in un cesto o nido, con l’aiuto di paglia e rami secchi.
Quasi per caso compongo la rosa con schegge di pietre, a sinistra dello scalino in anticamera. Con questo sì: mi avvicino a quel che vorrei dire.
All’ ora del tramonto vivo quasi la stessa armonia delle sere antecedenti mercoledì, ma tinta di una strana tristezza.
Trovo una pietra piatta, grigia, non più grande della mano di un bimbo di 8-9 anni, la cui parte centrale è più chiaro del resto. Assomiglia a certe sculture mie di 2 o 3 anni fa, che rappresentavano una figura-labirinto o – anche – una figura con delle onde in espansione. Delle volte, qualcuno ci vedeva una madonna nel suo mantello.
Ora, di colpo, mi si presenta tutta l’installazione integralmente. Ho solo più a farla. Enorme sollievo!!!
Sarà un ciclo di 9 o 10 “poesie” che inizia con due grandi forme sul sentiero verso la grotta riguardante il sorgere del sole all’alba e la sua apparente assenza nella notte (che fortuna che Nike domani mi aiuterà tutto il giorno!)
Segue un cerchio intorno alla grotta, sul prato, con 3 o 4 piccoli composizioni nei punti cardinali.
Poi, nell’anticamera, le due “stratificazioni” Rosa e Dormiente e la Porta dei Mirtilli.
E infine, all’interno della grotta, le vene d’argento.
Venerdì, 1. agosto ‘08
Giorno VI
Antonello ha cambiato programma. non può più rinunciare a Nike
anziché tutto il giorno mi aiuta solo alcune ore in mattinata.
Con il tagliaerba iniziamo a disegnare il cerchio intorno alla grotta e a tracciare bene il sentiero attraverso il prato, venendo dal bosco.
Insieme alla porta dei Mirtilli viene fuori il posto della guardia, proprio prima di entrare in grotta. Nel frattempo Nike trasporta, nel mio zaino che si rivela molto ben cucito, una grande quantità di sassi rosa che si trovano sotto la Pania Secca, dove di sera pascolano le Muflone femmine.
Ma soprattutto compongo la Dormiente, usando il terrazzino antifrana a destra dell’anticamera. In centro sta la pietra trovata ieri sera, dalla quale emanano onde in terra e schegge di pietra. Durante tutto il tempo, mi frulla una frase nella mente – come un ritornello:
“Helden vielleicht und den frühe Hinüberbestimmten,
denen der gärtnernde Tod anders die Adern verbiegt…”
(agli eroi, forse, e a chi la vita destina presto al trapasso,
coloro, a chi la morte, giardiniera, flette le vene in un modo diverso…)
la frase si ripete automaticamente, come un rosario in chiesa, come per tener il cervello occupato e non farlo pensare.
Lavoro fino a tardi con la sensazione di fare quel che posso. Ma che quel che posso è quasi nulla.
Sabato, 2. agosto ‘08
Giorno VII
Mi sveglio con l’immagine della composizione per il lato est sul cerchio intorno alla grotta: il guscio d’uovo, posato sopra una pila di pietre piatte in mezzo di un nido di fieno fresco: il “mattino”.
Per il lato nord, dove si scende in anticamera, non mi è venuto l’idea giusta e rimarrà vuota.
Dentro la grotta colloco i ramoscelli secchi, rivestiti di stagnola. Si chiude così il cerchio: la prima cosa, scritto in questo quaderno subito dopo il sopraluogo di fine giugno, era stato un brano tratto da una poesia di Rilke:
“Era la prodigiosa miniera delle anime.
Come vene d’argento silenziose
Scorrevano il suo buio (…)”
È venuto fuori un ciclo di 8 poesie.
Pulisco un po’. Aggiusto due cose nella porta dei mirtilli. E vedo apparire al bordo dell’anticamera Fabrizio, Irene e il piccolo, sempre meravigliato Morgan (bocca e occhi spalancati).
Il mio lavoro non è finito. Ma per questa volta non potrò fare altro.
Vado a pranzare con loro.
…
…
…
“Omaggio alla Roccia Metamorfica”
Fuori:
1. Mattino
2. ll materasso dei Libri di Sasso
3. Memorie
Anticamera della Grotta:
4. Rosa
5. Dormiente
6. La Porta dei Mirtilli con Posto di Guardia
Dentro la Grotta:
7. Vene d’Argento
Fuori, scendendo verso il Bosco:
8. Alba

































