Il jazz è forse la musica che maggiormente rappresenta, in tutte le fasi della sua
storia, il secolo che sta per chiudersi. Nato probabilmente a New Orleans alla fine del
secolo scorso, ibrido di tradizioni africane, opera lirica e marce bandistiche e tuttavia
profondamente diverso da tutto quello che lo aveva preceduto, il jazz ha reintrodotto
nella musica occidentale la tensione creativa tra scrittura e improvvisazione che in
Europa era scomparsa con l'avvento delle partiture a stampa. Accanto ai grandi
strumentisti, da Armstrong a Parker e Coltrane, nella corrente del jazz è nata e si è
sviluppata una figura di capo orchestra, arrangiatore e compositore che non ha paragoni
negli altri generi musicali contemporanei: solo forse nell'era del barocco europeo si
trovano personaggi che per versatilità e originalità possano stare accanto a Duke
Ellington.
Dagli anni 20 ai 70 la parabola musicale del Duca si è svolta parallelamente a quella
della musica afroamericana, capace di far convivere musica da ballo e ricerca,
organizzazione e libertà, collettivo e individuo. Come altre grandi figure di questo
secolo Ellington ha vissuto una stagione creativa lunghissima, e i suoi capolavori
iniziano alla metà degli anni 20 per arrivare fino alla fine degli anni 70; i suoi
incontri con Mingus e Coltrane come la sua Far East Suite, testimoniano di una
inesausta curiosità e di una percezione sicura delle direzioni in cui la ''musica del suo
popolo'' si sarebbe incamminata. Supremo orchestratore, nel senso più elevato del
termine, Ellington ha saputo chiamare intorno a sé le voci più importanti del jazz
costruendo con le loro personalità musicali un edificio retto dalla sua visione
dinsieme e dal suo gusto.
I colori dellorchestra ellingtoniana, spesso raggiunti con mezzi apparentemente
semplicissimi, sono inconfondibili, e sono ormai parte determinante del mondo espressivo
delle band jazzistiche. Compositore colto, socialmente benestante, Ellington non ha mai
avuto nulla dellartista folk e spontaneo; tuttavia la sua musica si è ispirata, in
quei febbrili anni 20 che lo vedevano a New York competere per gli ingaggi nei teatri di
Harlem, alle improvvisazioni di Armstrong e Bechet e alle partiture di Fletcher Henderson
e Don Redman, più che alle teorie armoniche dei compositori europei del Novecento o ai
pastiche ritmo-sinfonici di Grofè, Whiteman e Gershwin. E la reazione dei più avvertiti
critici europei non si è fatta attendere: come scrisse un giornale inglese degli anni 30,
''dopo aver sentito quello che Ellington riesce a fare con quattordici musicisti in Mood
Indigo, il compositore moderno che pasticcia con ottanta orchestrali alla maniera di
Respighi dovrebbe preoccuparsi". Daltra parte, non pochi critici e musicisti di
jazz hanno storto la bocca di fronte alle creazioni di grande respiro di Ellington, e già
nel 1943 la sua Black Brown and Beige andò incontro alle stroncature di chi la
giudicò ''non jazzistica'', dimostrando come ogni genere musicale abbia subito pronti i
non richiesti difensori dei propri confini. Sarà per questo che Ellington, sorridente e
soavemente lontano dalle polemiche, cominciò presto ad evitare la parola jazz per
definire la propria musica... Un Festival/concorso dedicato alla composizione e
allarrangiamento come quello di Barga, non poteva restare assente nei festeggiamenti
che tutto il mondo del jazz tributa in questo 1999 al centenario della nascita di
Ellington. Dopo la gustosa e significativa anteprima costituita dall'esecuzione dei
Concerti Sacri del compositore afroamericano in occasione della inaugurazione del Teatro
dei Differenti, il Festival Barga Jazz 1999 invita nelle sue varie sezioni i compositori,
gli arrangiatori e i gruppi di giovani musicisti a misurarsi con la figura del Duca nel
suo complesso, senza limitarsi a quei temi che ormai sono patrimonio anche
dellascoltatore più casuale. Nella sterminata produzione ellingtoniana dovrà
essere ricercato quello che è ancora particolarmente significativo per lascoltatore
odierno. Ellington può darci non solo e non tanto una sequenza di note o di accordi ma
quella profonda lezione di originalità quel disprezzo per le barriere di genere che hanno
fatto del Duca una figura che ha cambiato il corso della musica americana e la coscienza
della cultura afroamericana in quella società.
Francesco Martinelli
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